Giuseppe Zevola

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Nasce a Napoli il 22 aprile del 1952. Vive a Napoli, pur tra frequenti viaggi verso l’Oriente, il nord dell’Europa e gli Stati Uniti. Studia al liceo classico. Nel 1978 consegue il diploma di pittura all’Accademia di Belle Arti e si diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica all’Archivio di Stato; nel 1979 si laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II. Dopo la laurea comincia a lavorare alla Fondazione Banco di Napoli e nel 1984 avvia ricerche nell’Archivio storico del Banco che sfociano sei anni dopo, nel 1991, nella pubblicazione del libro Piaceri di noia. Quattro secoli di scarabocchi nell’Archivio Storico del Banco di Napoli, introdotto da Ernst Gombrich e accompagnato da un saggio sulla scrittura di Colette Sirat.
Zevola raccoglie e ordina in questo volume circa quattrocento scarabocchi che tra il Cinquecento e l’Ottocento sono stati lasciati dai copisti degli antichi banchi pubblici napoletani ai margini delle scritture contabili. Il libro si presenta come un lavoro documentario che getta lo sguardo sulle fughe dell’immaginazione dalla dimensione pratica tanto della vita che della scrittura. Riproduce, infatti, un’ampia messe di disegni, di soluzioni decorative e pensieri che nelle varianti legate anche ai diversi tempi storici mostrano la permanente esigenza umana di evasione dalla necessità. Appare tuttavia centrale nella concezione del libro l’interesse nutrito da Zevola per tutti quei segni che riflettono il ruolo nella vita dell’irrazionale, del casuale, della pura vitalità e in sostanza della marginalità alternativa dell’immaginazione.
L’ultimo capitolo del libro esplicita la fisionomia metaforica che la documentazione secolare degli scarabocchi possiede agli occhi del suo autore. Nei collage che Zevola vi fa esplodere come creativi fuochi d’artificio della fantasia visiva e del pensiero - a lato di un testo verbale che trasla l’esperienza compiuta in archivio nella rappresentazione di un viaggio cosmico attraverso il tempo e lo spazio - prendono forma inediti intrecci figurativi tra i segni recuperati dal passato e quelli direttamente nati dall’immaginazione dell’autore. Per questa sua natura visiva insieme documentaria e originale, Piaceri di noia può definirsi allo stesso tempo una ricerca storica, in fondo antropologica, e un libro d’artista.
La prima attività artistica di Zevola si era avviata negli anni settanta. Su di essa aveva richiamato l’attenzione Enrico Crispolti, alla Biennale di Venezia del 1976, con la proiezione di fotografie e di filmati che registravano le azioni di cui in quella fase si stava facendo animatore con iniziative che avevano per ambiente la strada e che si proponevano di catturare la diretta partecipazione dei passanti. Zevola compariva alla Biennale come membro del gruppo “Humor Power Ambulante”, formatosi nel 1975, di cui faceva parte tra gli altri anche Silvio Merlino. Il gruppo era nato sulla scia delle operazioni di “riconversione culturale” svolte nei cortili dei paesi della provincia di Caserta da Crescenzo Del Vecchio, artista beneventano.
Crispolti e Raffaele de Grada, curatori della sezione della Biennale di Venezia del 1976 ai Giardini di Castello, sezione dedicata al tema Ambiente come sociale, di cui realizzava l’allestimento l’architetto e designer Ettore Sottsass jr., documentavano le attività del gruppo napoletano insieme a quelle di numerosi altri gruppi che in Italia in quella fase storica particolare, in modi diversi, sperimentavano l’attività artistica secondo una disposizione culturale e politica critica e alternativa rispetto alla società borghese e “consumistica”, sull’onda del grande movimento del Sessantotto. Crispolti illustrava con le seguenti parole l’identità del gruppo di Zevola: «In parte connesso con l’attività di Dalisi, ma originato nel rapporto nell’Accademia di Belle Arti napoletana con Crescenzo Del Vecchio e le sue prime manifestazioni all’insegna dell’ “Humor Power”, è il gruppo dei giovanissimi napoletani dell’ “Humor Power Ambulante”, che agisce nello spazio urbano connotandolo di atti artistici poveri ma intimamente “poetici” e radicalmente alternativi ai condizionamenti consumistici».
Vendo pietre riscaldate dal calore delle mani e Gocce di pioggia di Napoli, per la fortuna sono due azioni di Zevola, documentate alla Biennale, che esprimono i suoi primi orientamenti artistici. In entrambe il tema generale “politico” della mostra veneziana - quello di un’operazione artistica che inneschi o implichi una relazione sociale - è tradotto in un’azione di condivisione tra l’artista e il pubblico che trova nelle mani il fulcro dell’esperienza. Dalle mani dell’artista a quelle delle persone coinvolte avviene un passaggio - la suggestione del calore trasmesso, nel primo caso, la deposizione di gocce d’acqua nel secondo - che agisce insieme fisicamente e metaforicamente, mirando a suggerire una diversa percezione della vita nell’apertura al ricevere e allo scambiare. L’operazione si rivestiva anche di un tenue fascino popolarmente teatrale attraverso l’uso di un’insegna esotica. Zevola, infatti, poggiava a terra la sagoma dipinta di un personaggio tipico dell’immaginazione avventurosa dei ragazzi: il Sandokan di Salgari.
E’ questa forse la prima figura a comparire in un suo lavoro d’arte e potrebbe sembrare marginale nel contesto di un’operazione in strada, in un certo senso di per sé “realista”. E’ invece la prima di tante figure che gremiranno le scene della sua attività. Quest’immagine, in fondo pop, ma tratta dall’illustrazione per ragazzi e priva di una forte connotazione di “merce”, è il prototipo di una generazione di figure provenienti tanto dal mondo della fantasia che da quello delle immagini d’Oriente, caratterizzate tutte da un’immediatezza ingenua e vitale della comunicazione. Un altro personaggio di questo stampo, che si vedrà comparire di frequente nei lavori maturi di Zevola, estratto dalla pagina di un fumetto e proiettato nelle scene di sua invenzione, sarà non a caso quello di Mandrake, il mago per antonomasia dei fumetti per ragazzi. In questa tipologia rientreranno anche oggetti tridimensionali di plastica, non di rado presenti nei suoi allestimenti, come delfini o mappamondi etc., la cui intonazione infantile e giocosa ne dissipa la matrice industriale di produzione, facendo prevalere il senso di una dimensione iconica popolare e universale.
Una fotografia nel catalogo della mostra Evacuare Napoli. L’ultima generazione, curata da Achille Bonito Oliva e allestita nel 1985 all’Institut Français de Naples, rivela l’approdo ulteriore di questo primo approccio all’arte così immediatamente esistenziale. E’ l’immagine dell’interno di una casa: in essa si vede una delle opere che Zevola porta alla mostra, ma si osserva anche una varietà eterogenea di cose: dall’orologio antico sul tavolo allo schermo di un televisore pendente dal soffitto, dalla stoffa orientale con la rappresentazione di piramidi e cammelli a strutture lignee con lampadine disposte sulle pareti e al soffitto, quelle cosiddette “luminarie” che si montano di frequente nelle strade dei paesi del sud per festeggiare i santi. Al centro della stanza è un piccolo mobile, una cassettiera, che Zevola esponeva alla mostra. L’oggetto non avrebbe nulla di particolare nella sua elementare artigianalità lignea, se non fosse stato decorato su indicazioni di Zevola da un pittore d’insegne per negozi. Sul lato frontale vi compare, appunto dipinto da questi, un faccione dalla bocca spalancata e gli occhi sbarrati: è la riproduzione, nel modo infantile e popolare di cui si già è detto, del mascherone dell’Orco nel giardino rinascimentale di Bomarzo. Dal mobile, inoltre, si levavano - a voce alta - brani poetici e improvvisazioni linguistiche di Zevola inframmezzati da brevi passi di canzoni napoletane.
L’esistenzialità immediata che alla metà degli anni settanta aveva dunque creato il teatro in strada in rapporto con i passanti si trasformava negli anni ottanta in un’esistenzialità molto più “rappresentata”, sviluppando quella primitiva disposizione teatrale in un allestimento insieme figurativo e oggettuale della casa. La casa è e sarà la scena entro cui Zevola compone il collage delle immagini. Le sue immagini sono di natura varia, appartenendo tanto al mondo degli oggetti casalinghi e più in generale delle cose che contornano la vita, quanto al mondo specifico delle immagini figurative, sia quelle di radice popolare o orientale - comparse finora - sia quelle della memoria artistica occidentale che compariranno sempre più copiosamente lungo lo sviluppo della sua attività dagli anni novanta al presente.
Riguardo alla “casa”, così si esprime Zevola in un testo del 2013 per una mostra al Jonas Mekas Art Center di Vilnius in Lituania: «Da quarant’anni il mio lavoro è la mia casa. Prima di adesso ne ho avute tre e una di esse è stata una barca. Secondo la tradizione dell’Arte della Memoria la mia casa può essere intesa come un insieme di luoghi (loci) dove vivono e agiscono immagini (imagines agentes)».
Dietro quest’idea della casa, non come semplice contenitore dell’arte ma come pianta degli spazi di un’architettura e dunque traccia per l’articolazione di rapporti, c’è in effetti l’interesse di Zevola per l’umanista rinascimentale Giulio Camillo Delminio, che aveva ripreso il tema antico - greco e latino - dell’arte della memoria, e ancor più per il filosofo Giordano Bruno, che sul finire del Cinquecento nei suoi scritti aveva valorizzato e integrato assieme la facoltà compositrice della memoria e quella creativa di conoscenza delle immagini. La figura di Bruno e la dimensione poetica e visiva che caratterizza i suoi scritti hanno esercitato un’influenza rilevante su Zevola. Ne sono testimonianza la comparsa tra le icone dell’artista dei segni grafici realizzati dal filosofo e l’interesse a recitarne in pubblico poesie o passi delle opere, come gli accade in numerose occasioni in Italia e all’estero, tra le quali si ricordano il convegno Filosofia e teatro nell’opera di Giordano Bruno presso la Italienische Botshaft Kulturabteilung di Berlino nel maggio del 2004, il Symposium Giordano Bruno’s images, their background and influence alla Radboud University di Nijmegen in Olanda nel maggio del 2008 e il Convegno Internazionale Giordano Bruno nella cultura russa e mondiale, all’Accademia Russa delle Scienze di Mosca nel settembre 2010.
Alla formazione della dimensione poetica e teatrale dell’espressione artistica di Zevola ha concorso l’amicizia stretta fin dalla metà degli anni settanta con l’azionista viennese Hermann Nitch; amicizia che si svilupperà successivamente in una profonda e duratura vicinanza e anche nella collaborazione di Zevola a lavori di Nitsch. Si ricordano, in particolare, le presenze di Zevola come “assistente alla regia” nella Herodiade di Massenet, curata da Nitsch e da Richard Bletschacher all’Opera di Vienna nel febbraio del 1995; come “assistente personale” di Nitsch nel Teatro dei sei giorni, teatro delle orge e dei misteri nel Castello di Prinzendorf nell’agosto del 1998; come “consigliere” di Nitsch nell’allestimento scenico di Scene dal Faust di Goethe all’Opera di Zurigo nel giugno del 2007; e anche le partecipazioni come attore alle sue “azioni”, come quella tenutasi al museo Mart di Rovereto nell’ottobre del 2012.
Se dagli anni ottanta l’attività artistica di Zevola si svolge quotidianamente come sequenza di lavori che prendono corpo nel perimetro delle sue case a Napoli - quella in via Suor Orsola e quella in via Atri - e se di questa processualità e anche delle innovazioni tecniche nella realizzazione dei collage – con il rilevante passaggio dal collage di materiali fisici al collage digitale - può dar conto la documentazione fotografica, essa tuttavia non manca di produrre opere in sé concluse, sia all’esterno della casa, sia anche al suo interno, in occasioni pubbliche.
All’esterno si ricordano in particolare tre lavori. Nel 2003 realizza nella cella numero 5 della Certosa di Padula un’istallazione dal titolo La regola e l’eccezione: al silenzio contemplativo di San Bruno risponde il grido umano, troppo umano, di Giordano Bruno, nell’ambito dell’iniziativa curata da Achille Bonito Oliva che programmava lungo l’arco di tre anni l’intervento di artisti negli spazi dell’antica Certosa. Nel novembre del 2005 Napoli chiama New York – Mistic Teresa, nella sede degli Anthology Film Archives a New York curati da Jonas Mekas. Nel 2006 a Napoli, nel Palazzo Spinelli, Il principe Antonio de Curtis chiama Dedalo: primo esperimento di Cosmografia Immaginativa, in rapporto alle iniziative dell’Associazione Robert Kaplan. Nella casa di via Suor Orsola, la cui terrazza domina la città e il golfo, Zevola nei mesi precedenti il suo abbandono allestisce un’istallazione dal titolo Siamo tutti nella stessa barca, che si articola in un collage di oggetti e figure diramati in tutti gli ambienti della casa e in rapporto alla barca a vela, Halloween, casa navigante di Zevola, la cui sagoma veniva delineata sul terrazzo.
Il linguaggio a collage di Zevola, avvalendosi della tecnica digitale, ha conseguito in questo inizio di secolo un’originale capacità di composizione delle immagini per stratificazioni successive, con risultati che sembrano poter condensare sulla superficie ridotta e bidimensionale di ciò che convenzionalmente si chiama “un quadro” quella complessità di relazioni tra figure e oggetti nello spazio tridimensionale di un ambiente reale che il suo lavoro nella casa come teatro-memoria aveva maturato. Ne è un documento recente una cartella con quindici immagini digitali, stampate su foglio di pvc con film argentato, preparata per il convegno Le forme dell’acqua – La forma dell’acqua tenutosi a Napoli all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici in Palazzo Serra di Cassano nell’aprile del 2015. Tranne il primo foglio, che alla sua sinistra è affiancato da un altro foglio su cui il titolo dell’opera - Siamo sulla stessa barca - si presenta riformulato nella successione verticale di trenta lingue (compreso il dialetto napoletano), gli altri hanno a lato passi di Giordano Bruno che concernono l’acqua.
Dal 2010 Zevola ha intrapreso la realizzazione di un progetto sistematico su grande scala che si avvale di questa tecnica di stampa da file digitale. Nella sua casa di via Atri, nel centro antico di Napoli, si vedono dispiegate sulle alte pareti sequenze di grandi fogli (formato 70 x 100 cm), in ordini sovrapposti, con rappresentazioni che condensano segni astratti e forme figurative. L’impressione d’insieme fa pensare a un ciclo di pittura murale. L’opera è completa, ma disponibile a un ulteriore divenire. Nasce da una fonte iconografica comune: gli emblemi raffigurati sulle copertine di libri conservati nella Biblioteca Reale di Vilnius. Gran parte di questo lavoro è stato esposto a Vilnius nel giugno del 2013 nello Jonas Mekas Art Center. L’opera consiste in cinque serie circolari e concentriche di trenta quadri ciascuna. La prima serie è quella più interna; da essa ha inizio il ciclo. I titoli delle serie e i titoli di ciascuna opera o gruppi di opere costituiscono l’anima verbale di questo organismo visivo in espansione. Prima serie: Frontespizio dei poveri. Seconda serie: Frontespizio dei ricchi. Terza serie: I Dieci Comandamenti. Quarta serie: I sei giorni della Creazione. Quinta serie: Vai per dove non vai.
Zevola ha pubblicato anche un secondo libro, Prigioniero della libertà, che è stato da lui presentato al XII Congresso della Società di Filosofia del Linguaggio, nell’ottobre del 2005, come il primo libro simmetrico nella tradizione del poema illustrato. E’ inoltre autore di video; si ricorda Azioni quotidiane, del 2008, con musiche di Lucio Maria Lo Gatto. Ha insegnato Pittura nelle Accademie di Belle Arti di Roma e di Catania e Percezione e Comunicazione visiva all’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli

Stefano Gallo

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